La Stampa | 15.07.2017
È la rotta alternativa a quella italiana, nel 2017 sbarchi raddoppiati
NICCOLÒ ZANCAN
Non vedi altro che mare. Luce. Riflessi argentati a perdita d’occhio. Raffiche di vento a 70 chilometri all’ora spazzano il cielo. Ma c’è qualcosa, laggiù, fra le onde. Latitudine Nord, 35 gradi, 15.970. Quando l’elicottero della Sociedad de Salvamento e Seguridad Marítima si abbassa, il pilota nota una macchia sfuggita a tutti i radar. Non è una barca. Nemmeno un gommone. Bisogna arrivare a bassa quota per mettere a fuoco quell’oggetto non identificato. È un canotto da bambini verde e giallo. A bordo ci sono dodici migranti sbattuti dalla corrente. Stanno cercando di raggiungere l’Europa a remi.
Questo è il paradiso dei surfisti e dei pescatori di tonni. Il mare dove finisce il continente, l’estremo lembo sud-occidentale dell’Unione Europea. Le coste africane si stagliano nitide all’orizzonte. Quello è il Marocco, la città di Tangeri. Ma qui siamo ancora in Spagna, Andalusia, turisti, case bianche, piscine e spiagge affollate. «Ti sembra di poter arrivare da questa parte con un semplice salto», dice con un sorriso triste Adolfo Serrano Solìs, il capo della centrale operativa della guardia costiera di Tarifa. «Ma non è così. È un mare molto insidioso. Fortissime correnti si formano dove il Mediterraneo e l’Atlantico si incontrano, subito dopo lo stretto di Gibilterra. Ieri la motovedetta ha recuperato il cadavere di un ragazzo africano. Non sappiamo niente di lui».