08. Dezember 2016 · Kommentare deaktiviert für Il teatro alla prima persona dei «Migranti» · Kategorien: Griechenland

Quelle: Il Manifesto | 08.12.2016

Federico Annibale

Seduti per terra, Ahmed e Abdulrahman, fumano incessantemente il narghilè in una stanza della Jasmine School – uno dei palazzi occupati ad Atene dove vivono circa 350 migranti, per lo più siriani, e qualche famiglia afghana. Si beve del chai molto zuccherato e si parla dell’arte di Ahmed, di quello che fa, della sua passione. È un giovane siriano di 33 anni che nel suo Paese era un attore e regista di cinema e teatro. «Ho frequentato la scuola di recitazione, poi quando a 23 anni ho finito, ho iniziato a lavorare. Si facevano cortometraggi, spettacoli teatrali, stavo bene, ero felice». La guerra ha però interrotto la vita, il lavoro, i progetti di troppa gente. Anche Ahmed è costretto ad arruolarsi nell’esercito regolare siriano, dove rimane per un anno e dieci mesi.

Una volta terminato il servizio con l’esercito governativo, torna a casa. Lì lo aspettano quelli di Al-Nusra «Mi hanno tenuto dentro per un mese perché non mi volevo arruolare con loro. Ho pagato 700 euro e mi hanno rilasciato, dopodiché sono scappato in Turchia».
Ahmed vi giunge dopo il 20 marzo 2016, la data dell’accordo con la Ue che ha drasticamente ridotto il flusso di arrivi dalle coste turche e aumentato la sorveglianza della guardia costiera. Così, prima di sbarcare sull’isola di Lesbo, la polizia turca lo arresta per quattro volte: li prendono sempre in mare, sul gommone.

Quando finalmente riesce a raggiungere la Grecia rimane intrappolato in quello che è oramai divenuto un campo di detenzione a tutti gli effetti: Moria. «Era peggio della prigione,era come l’inferno: non potevamo uscire, c’erano solo maccheroni e patate da mangiare tutti i giorni; bagni puzzolenti, risse, uno schifo. E la polizia ti trattava malissimo».

Nella miseria e nell’umiliazione della vita a Moria Ahmed inizia a scrivere un testo teatrale «L’ho finito in 20 giorni ma quelli del campo non mi hanno permesso di mettere insieme un gruppo di attori per andare in scena».

Agli inizi di luglio le autorità del campo gli rilasciano un documento che gli permette di raggiungere legalmente Atene. Nella capitale, dopo una prima notte passata in strada, trova rifugio nella Jasmine School dove vive stabilmente da allora. «Gli squat non sono il paradiso, figuriamoci, guarda come viviamo. Però sono posti nostri, o per lo meno così è la Jasmine School: qui siamo noi che decidiamo come organizzarci lo spazio. Quindi io, Ahmed, posso cercare gli attori, fare le prove e andare in scena con la mia opera. Non devo chiedere il permesso a nessun, capisci? ».

Appena arrivato alla Jasmine Ahmed è riuscito in breve tempo a trovare le persone con mettere in scena la sua drammaturgia e ha iniziato a fare le prove. Lo spettacolo ha debuttato dopo due mesi, ed è stato replicato tre volte al Khora Building- un community centre gestito da una Ong internazionale che offre lezioni gratuite d’inglese e di greco, assistenza medica, un servizio di pasti gratuiti per i migranti bloccati nella capitale greca.

Migranti, questo il titolo dello spettacolo, racconta l’odissea tanti sono costretti a vivere per arrivare in Europa. Ahmed è convinto che il cinema ed il teatro possano essere dei potenti mezzi per far conoscere al mondo situazioni tragiche come quella che stanno vivendo lui e la sua comunità «Nel mio testo volevo sottolineare soprattutto quattro punti. Il primo è che l’Islam non è la religione del terrorismo, come molti media occidentali sostengono, e che non tutti i migranti siriani che arrivano in Europa sono fondamentalisti o simili. Io, per esempio, sono ateo. Rifiuto poi volutamente il termine ’rifugiato’ perché credo sia umiliante nei nostri confronti, non ci rappresenta e non significa nulla; in più penso che non ci dovrebbero essere confini, che ognuno dovrebbe essere libero di andare dove gli pare. Questa divisione fra rifugiati e migranti economici non né naturale né umana. Il terzo aspetto in questione è l’assurdità della vita che conduciamo tutti noi qui: mangiamo e dormiamo e basta. Ma noi siamo persone normali come gli europei, lavoriamo e ci facciamo il culo, abbiamo solo bisogno di dignità e di documenti. Lo stesso vale per il trattamento della polizia verso i rifugiati che è tremendo. Se per esempio vai a Katehaki, l’ufficio per il servizio d’asilo è un vero caos e siamo trattati come numeretti. Ma se si paga si salta la fila».

Ahmed ha una barbetta mossa e sfilacciata, i capelli lunghi tagliati sui lati e raccolti con una coda e una faccia di quelle che ti rimangono impresse. Usciamo dalla scuola per andarci a prendere una birra. «Atene mi ricorda la Siria, c’è sempre il sole come a casa nostra». Lui non potrà partecipare alla relocation –il programma europeo di ripartizione dei richiedenti asilo – visto che è arrivato dopo il 20 marzo, e sarà costretto a chiedere asilo in Grecia, anche se teoricamente rischia di essere deportato in Turchia.

Prendiamo la birra e ci sediamo a Exarchia Square a chiacchierare. Ahmed ha scritto anche la sceneggiatura di una miniserie sulla vita dentro la scuola occupata che inizierà a girare a breve. «Voglio mostrare le condizioni di vita negli squat una volta che i confini sono stati chiusi e migliaia di noi sono rimasti bloccati; ma voglio farlo io che sono parte di questa comunità, che sono un rifugiato, e non affidarlo a un regista qualsiasi che viene qua, sta poco tempo, fa le sue cose e se ne va».

Dice ancora Ahmed: «La situazione in uno squat è senz’altro migliore di quella dei campi per rifugiati istituzionali. Però ci sono anche molte difficoltà. Cè qualcuno di noi che è come un parassita e si attacca ad altri fratelli siriani. E c’è anche chi aiuta le organizzazioni umanitarie o i singoli volontari che vengono a dare una mano nell’occupazione e se ne approfitta rubando soldi e cose simili. Credo che sia giusto mostrare tutti gli aspetti per evitare una rappresentazione di queste occupazioni eccessivamente romantica e quindi falsata. Io voglio raccontare quella che è la realtà».
Finiamo la birra e ce ne ritorniamo alla scuola occupata.

Nel cortile i bambini giocano con i volontari spagnoli, le grida rimbombano sulle finestre delle classi, oggi divenute stanze, ed il cuoco iracheno rimprovera qualche ragazzino che si è avvicinato troppo alla cucina, sistemata in un gabbiotto nel cortile. Le giornate nello squat Jasmine si ripetono monotone, sempre troppo simili a quelle precedenti. Tuttavia, nell’attesa del relocation, la gente si è costruita un proprio luogo, ne sente l’appartenenza e nessuna autorità esterna li controlla. Un luogo in cui Ahmed è riuscito a esprimere la sua creatività per denunciare la condizione in cui lui e tutti quello che condiviudono la sua situazione vivono.

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