22. Januar 2014 · Kommentare deaktiviert für Durch Algerien und über das Mittelmeer nach Sardinien · Kategorien: Algerien, Italien · Tags: ,

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La “gente che brucia”. Migranti in fuga dall’Algeria alla Sardegna

di Riccardo Bottazzo

“Harraga“ in arabo significa letteralmente “colui che brucia”.

Termine che non va interpretato tanto come “gioventù bruciata” in stile James Dean ma riferito piuttosto ad una persona che arde del bisogno o, se preferiamo, dal desiderio di qualcosa di cui non può fare a meno. In Algeria con questa parola si indicano i ragazzi che decidono di giocarsi la carta dell’immigrazione irregolare e dai porti di Algeri, Sidi Salem, Annaba o El Bettah salpano nottetempo verso capo Teulada e le coste della Sardegna.


Una rotta migratoria lontana dai riflettori dei mass media, al contrario di quella che dalla Libia passa per Lampedusa, ma non per questo meno battuta. Su queste acque, l’agenzia Frontex nel 2007 svolse uno delle sue prime operazione in grande stile con l’impiego di sei navi corvetta supportate da elicotteri ed aerei. Il risultato di questo mese di pattugliamento a tappeto fu l’intercettazione di una trentina di migranti. Il costo: poco meno di un milione e 900 mila euro. Tutti soldi che avrebbero potuto essere spesi meglio.
Come c’era da aspettarsi, il grande dispiegamento di forze militari messo in campo da Frontex non riuscì neppure per sbaglio a far calare sensibilmente il numero di migranti in fuga dal nord africa e diretti in Sardegna.
Secondo fonti dell’Unhcr, tra il 2007 e il 2009, sarebbero perlomeno duemila all’anno le persone che hanno traghettato abusivamente da una parte all’altra delle due sponde. Sponde che, val la pena di ricordarlo, distano in alcuni punti meno di 200 chilometri. Come dire: una breve notte in gommone.

Considerata l’impossibilità economica e l’assurdità militare di mantenere una intera flotta a sorvegliare un confine che non si può sorvegliare, l’Europa optò per la politica del “facciamo finta di niente”. Tutto filò liscio sino al 9 luglio del 2013, quando un motore fuoribordo decise di mettersi a fare le bizze lasciando una barca con 13 persone e 4 bambini alla deriva. Il pronto intervento della Guardia Costiera di Sant’Antioco riuscì ad evitare l’ennesima “tragedia del mare” ma riportò prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica che anche la Sardegna, e non solo Lampedusa, era una porta d’entrata sfondata per la “fortezza Europa” e che le politiche sicurtarie volte a militarizzare il confine avevano come unico sbocco il fallimento.
Lo stesso concetto di “confine” inoltre, impone come minimo una riflessione. Prendiamo ad esempio l’Algeria. In qualsiasi atlante, viene dipinta con un unico colore che sta ad indicare che quel territorio è governato da un solo Stato sovrano. Nessuno confine interno quindi. Beh… io l’ho girata qualche settimana e di “confini” ne ho trovati perlomeno tre. Il sud del Paese è in mano alle tribù berbere. Semplicemente, là comandano loro. Il centro è una terra di nessuno, dove non puoi girare se non scortato dalla polizia e dalla gendarmeria. Sostengono che lo fanno per la tua sicurezza ma nei fatti dimostrano solo di non avere il controllo del territorio. I frequenti rapimenti di viaggiatori che si avventurano nel deserto, quasi sempre ad opera di gruppi berberi, lo testimoniano. Inoltre, le aree desertiche dell’Erg sono attraversate da bande armate provenienti dal Niger o dalla Libia che fanno il bello ed il cattivo tempo. Solo nella zona costiera possiamo parlare di Algeria.

Proprio alle tribù berbere che controllano il meridione, debbono pagare dazio i nuovi “harraga”. Quelli neri. Perché, negli anni, anche “coloro che ardono” hanno cambiato pelle. Le guerre interne che stanno macellando la fascia sub sahariana hanno costruito una nuova figura di migrante “harraga”: il profugo di guerra. Dal Niger, dal Malì, centinaia di disperati marciano verso nord. Li ho trovati nelle periferie di Touggourt, di Guerara, di Ghardaia e El Atteuf. Cittadine berbere dove le donne possono girare solo mostrando un occhio alla volta. Siedono in cappanelli sui marciapiedi, attendendo che il caporale di turno li scelga per una giornata lavorativa che gli sarà pagata meno di 50 centesimi. Scavano pozzi, fanno i muratori o altri mestieri di fatica. Qualche volta, quando vedono un europeo come me, prendono coraggio e ti chiedono una monetina promettendoti che, quando ti ritroveranno in Europa – dove, si sa, tutti guadagnano bene, anche i più poveri – te la restituiranno. La cosa più sorprendente è che ci credono davvero. E quando ti salutano ringraziandoti ti guardano fisso come per imprimersi bene in mente la faccia cui sono debitori di una preziosa moneta che non vale neppure 10 centesimi di euro.
Per arrivare sino ad Algeri o agli altri porti mediterranei ci impiegano dai 3 ai 5 mesi. Quando va bene.
Si nascondono nella casbah che nelle città costiere sono abbarbicate sopra i promontori marini dove le organizzazioni berberi li mettono in contatto con la malavita locale (trovatelo voi un berbero che accetti di fare il marinaio!) e cercano un lavoro, più o meno onesto, sino a racimolare i soldi per pagarsi la traversata notturna verso la costa sarda. L’Europa, finalmente. Il “biglietto” costa un migliaio di euro. Ed è una “crociera” che potremmo definire “low cost” rispetto ai barconi libici che chiedono dieci volte tanto. Il dinaro algerino, lo si sa, non vale un fico secco. Questo è il motivo per il quale molti migranti dalla Libia preferiscono spostarsi verso ovest, per tentare la sorte su quest’altro angolo di Mediterraneo e scrivere, dall’Algeria alla Sardegna, altre storie di inutili, sanguinose frontiere.

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